Guardavo fuori dalla finestra mentre ero stesa sul letto di mio fratello a leggere una novella. In realtà quando guardavo fuori dalla finestra la novella era appoggiata sul mio stomaco, in preda a quei morbidi e silenti sussulti tipici del respirare rilassato. La novella non era sicura dell'orario, ma io ero abbastanza certa che dovevano essere circa le 9. Se la novella ne fosse stata consapevole, di sicuro avrebbe cessato di essere interessante, e mi avrebbe lasciata andare a svolgere i soliti riti vespertini. Però la novella inconsapevole mi aveva appena fatto presente che la mia persona esisteva anche prima dei cinque anni e che anche allora avevo la facoltà di pensare. Questa nozione mi affascinava. Perciò guardavo fuori dalla finestra: per indulgiare nel fascino di questa rivelazione. Così mi resi conto di vivere su di una bella strada. Le nove avevano portato l'imbrunire, e, mentre il sole andava a nascondersi, la luce faceva scherzi sul paesaggio urbano sul quale si affacciavano i miei occhi. Un albero particolarmente gigantesco (credo ci vivi dentro un elfo dal nome di Kerl [dal nome penso sia simpatico]) filtrava in modo irriproducibile la luce, spezzettandola in tante frazioni disuguali. Da una di queste toppe di luce sbucò un topo grigio, piccolo e micidialmente odioso. Nel frattanto che correva omogeneamente verso la mia dimora, io pensavo ai diversi metodi che avrei potuto usare per terminare la sua esistenza. Non mi meravigliai, dunque, quando l'odioso topo grigio saltò sul davanzale della finestra che mi separava da lui, e si mise sulle zampette posteriori ad annusare arrogantemente l'aere. Mi alzai di scatto e andai a prendere la scopa, l'utensile più stupido che avrei potuto scegliere tra quelli invisionati precedentemente per l'assasinio: avrebbe comportato spaccare la finestra. Così mi sedetti sul letto e ci contemplammo vicendevolmente. Poi il topo tirò fuori dalla peluria del petto un pettine microscopico, girò la testa a 35 gradi con gli occhi sempre fissi alla finestra, e prese a passare il pettine per tutto il corpo, a cominciare dalla testa. Alzai sarcasticamente un sopracciglio. Sentii qualcosa di duro nella mano. Era la novella. La guardai: era un libro di buona fattura, copertina rigida, rilegatura in cotone doppio o triplo a folio sedicesimo, rinforzato con un nastro spesso all'interno della copertina. Apparte titolo, autore, e casa editrice, non c'era nessuna scritta, e l'unica altra incisione era chiaramente un logo, un cavallo alato in groppa ad un H. Abbassai il sopracciglio ed alzai la punta opposta della bocca. Aprii la finestra, e schiacciai il libro sul davanzale, ed invece di SLAM! sentii CRUNCH!.
Era buio ora. L'aria sapeva di miele, di sterco, e di qualcos'altro che nn riconsoscevo, e che ho immaginato fosse odore di luna. La mia strada è dotata di poca illuminazione artificiale. La luce più vicina è a qualche decina di metri più su. Distinguevo a malapena le piante del mio giardino. Quella rosa è una pianta strana. Non è morta, ma in due anni non ho mai visto un fiore. Non cresce e non muore. Semplicemente esiste. La macchina rifletteva qualche raggio, e diventava bianca se passava qualche macchina. Non vedevo più le parole della novella. Ma quell'albero stranamente enorme era verde smeraldo.
Era buio ora. L'aria sapeva di miele, di sterco, e di qualcos'altro che nn riconsoscevo, e che ho immaginato fosse odore di luna. La mia strada è dotata di poca illuminazione artificiale. La luce più vicina è a qualche decina di metri più su. Distinguevo a malapena le piante del mio giardino. Quella rosa è una pianta strana. Non è morta, ma in due anni non ho mai visto un fiore. Non cresce e non muore. Semplicemente esiste. La macchina rifletteva qualche raggio, e diventava bianca se passava qualche macchina. Non vedevo più le parole della novella. Ma quell'albero stranamente enorme era verde smeraldo.
Nessun commento:
Posta un commento